Secondo Assotermica le caldaie di ultima generazione sono la soluzione più conveniente per ridurre consumi ed emissioni in tempi brevi. Tuttavia, l’esclusione dagli incentivi statali allontana gli obiettivi di decarbonizzazione.
L’approvazione della Legge di Bilancio 2025 ha riservato una sgradita ma non inattesa sorpresa all’industria italiana del riscaldamento. Le caldaie alimentate a metano, comprese quelle sviluppate per la combustione di miscele metano-idrogeno (H2 20% ready), sono state escluse dall’accesso alla quasi totalità degli incentivi statali (detrazioni fiscali per ristrutturazione edilizia, riqualificazione energetica, ecc.).
L’iniziativa era stata intrapresa a livello europeo, con una norma inserita nella più recente direttiva europea sulla prestazione energetica degli edifici (EPBD), che pone anche le basi per la cessazione dell’installazione di caldaie a combustibile fossile nel 2040.
Approfondiamo l’argomento in un’intervista a due esponenti di Assotermica.
Mercato e filiera
Secondo l’associazione dei produttori di apparecchi e componenti per il riscaldamento degli edifici “eliminare le caldaie a condensazione dalle misure di incentivazione è un errore”. Questa posizione, esplicitata in una lettera aperta diffusa durante l’iter di approvazione parlamentare e supportata dalla ricerca “Decarbonizzazione dei consumi termici residenziali” di BIP Consulting, si basa su due argomenti principali.
Innanzitutto, la compromissione di una parte fondamentale del percorso di transizione energetica del Paese, connessa alla riqualificazione del patrimonio edilizio. Su un totale approssimativo di 31 milioni di abitazioni, infatti, circa la metà si trova nelle classi inferiori di efficienza energetica, generalmente di proprietà di nuclei familiari che non possono permettersi l’importante investimento iniziale necessario per il passaggio a un’altra tipologia di generatori termici.
Il secondo argomento riguarda il forte radicamento dell’industria del riscaldamento in Italia. Si tratta di un settore che occupa più 10.000 addetti e che genera un fatturato di circa 3 miliardi di euro, oltre a un indotto di migliaia di imprese medio-piccole della filiera impiantistica. Oltre alle potenziali ripercussioni in ambito sociale, la filiera potrebbe ridurre gli investimenti in ricerca e sviluppo.
In sostanza, secondo Assotermica la sostituzione delle caldaie esistenti con caldaie di ultima generazione (a condensazione) rimane la soluzione più conveniente per ridurre in tempi brevi i consumi e le emissioni di ampi strati della popolazione. L’eliminazione degli incentivi danneggerà l’industria del riscaldamento che, da sempre, contribuisce alla crescita economica e allo sviluppo tecnologico del paese.
Sostituzione disincentivata
Ne abbiamo parlato con Valentina D’Acunti, Consigliere Direttivo e Capogruppo del comparto A2 (Caldaie a gas per usi residenziali e assimilati) di Assotermica, nonché Responsabile Strategie Normative di Immergas.
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«L’attuale quadro normativo in tema di efficienza energetica degli edifici non è favorevole alle nuove installazioni di caldaie. Nelle abitazioni di recente costruzione o sottoposte a riqualificazione profonda, infatti, si preferisce generalmente l’installazione di generatori ibridi o di pompe di calore, che soddisfano meglio le esigenze energetiche e minimizzano le emissioni degli edifici ad alte prestazioni energetiche.
L’incentivo eliminato interessa prevalentemente la sostituzione delle caldaie di tipo convenzionale a fine vita utile, poco performanti e generalmente al servizio di edifici energivori – con caldaie di ultima generazione la cui efficienza energetica è mediamente superiore del 20%. Poiché l’incentivo copriva dal 50% al 65% della spesa complessiva, la prima conseguenza sarà una riduzione consistente delle sostituzioni, quindi minori opportunità di risparmio energetico».
Quindi il mercato delle caldaie è diverso da quello degli altri generatori?
«La EPBD prevede il divieto di incentivi finanziari per l’installazione di “caldaie uniche alimentate a combustibili fossili”. Poiché si tratta di una direttiva, ogni stato membro è libero di recepirne i contenuti in base alle caratteristiche nazionali. Assotermica ritiene che quel divieto, applicato dal gennaio 2025 in un paese come l’Italia fortemente dipendente dal metano, metta a rischio il percorso di decarbonizzazione del patrimonio abitativo».
Di conseguenza, poiché almeno per ora si tratta di bruciare metano, meglio farlo in modo efficiente…
«Se nei prossimi anni tutte le caldaie convenzionali oggi in funzione fossero sostituite con caldaie a condensazione, a parità di combustibile l’Italia raggiungerebbe il 20% di riduzione delle emissioni, a fronte del 16% che la EPBD pone fra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030. Tutto questo con significativi benefici anche in termini di inquinamento atmosferico e minore dipendenza dal metano di origine straniera».
Conseguenze concrete
Mauro Farronato è Vicepresidente e Capogruppo del comparto B1 (Apparecchi ibridi) di Assotermica, nonché Technical Legislation & Associations Manager di Baxi.
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«Assotermica è favorevole alla transizione energetica: le aziende associate operano attivamente per offrire al mercato le soluzioni più sostenibili, a cominciare dalle caldaie a condensazione H2 20% ready, in grado di utilizzare miscele di gas a ridotto impatto ambientale.
Come nel caso della caldaie alimentate a biomassa, la sostenibilità di una tecnologia dipende dal tipo di combustibile utilizzato».
L’eliminazione degli incentivi per le caldaie penalizza quindi una tecnologia efficiente e potenzialmente sostenibile, senza considerare le possibili conseguenze concrete per i cittadini e l’ambiente?
«Il tema del mercato della sostituzione è estremamente complesso. In generale, la semplice sostituzione di una caldaia convenzionale con una di ultima generazione pone il solo problema dello scarico della condensa. La sostituzione con generatore ibrido o con pompa di calore, invece, è normalmente più complessa e costosa, non solo per la maggior spesa connessa all’acquisto del nuovo apparecchio».
Quali sono le principali complessità?
«Negli edifici esistenti, ad esempio, spesso è difficile trovare lo spazio necessario per il nuovo generatore. Normalmente il cambio della tecnologia comporta anche l’adeguamento dell’impianto elettrico, l’installazione di un accumulo termico e di un sistema di regolazione. La non ideale adattabilità delle pompe di calore agli impianti ad alta temperatura, che ne riduce le prestazioni, consiglia la realizzazione di ulteriori lavori per ridurre le dispersioni termiche e/o per installare l’impianto fotovoltaico, o di un intervento ancora più invasivo, come può essere il passaggio a un sistema di emissione a bassa temperatura.
L’esclusione delle caldaie difficilmente comporterà un aumento delle vendite di altri tipi di generatori, che ora godono di detrazioni fiscali ridotte rispetto agli anni scorsi e comunque distribuite nell’arco di 10 anni – perciò poco appetibili per le fasce di popolazione energeticamente più deboli. Con ogni probabilità la maggior parte dei proprietari di una caldaia convenzionale continuerà a ripararla finché possibile, perciò senza riduzione di consumi ed emissioni».
Il contesto di riferimento europeo prevede una riduzione del 16% del consumo di energia primaria nel settore residenziale (-6,3 Mtep nel 2030 rispetto al 2020). Nel nostro Paese circa la metà delle abitazioni è situata in aree caratterizzate da climi rigidi (zane climatiche E ed F), utilizza impianti di riscaldamento autonomi a radiatori con alimentazione a metano e rientra nelle classi energetiche meno efficienti.
Gli obiettivi stabiliti dall’EPBD possono raggiunti con diverse tecnologie, ciascuna caratterizzata da vantaggi e punti di attenzione. Per valutare la fattibilità tecnica, la riduzione dei consumi e la convenienza economica delle tecnologie considerate, lo studio ha considerato tre soluzioni per riscaldamento e produzione di ACS, applicate a impianti centralizzati e autonomi:
- caldaia a gas;
- pompa di calore + scaldacqua con resistenza elettrica;
- sistema ibrido (pompa di calore + caldaia + scaldacqua con resistenza elettrica.
I proprietari delle abitazioni non gravate da mutuo, nelle quali è più probabile la propensione a investire in soluzioni per la decarbonizzazione, sono prevalentemente di età superiore a 55 anni, tendenzialmente meno interessati a questo tipo di interventi. Inoltre solo il 30% delle famiglie possiede risorse finanziarie sufficienti (reddito medio netto superiore a 40.000 euro) per l’acquisto di una pompa di calore.
In pratica, su un totale di 10,3 milioni di abitazioni con classificazione energetica F o G, l’installazione di una pompa di calore è tecnicamente perseguibile in 5,9 milioni di casi, che si riducono a 1,76 milioni se si considerano le condizioni economiche dei proprietari, quindi la loro capacità di fronteggiare i costi di installazione e quelli operativi, a causa dell’alto prezzo dell’energia elettrica in Italia.
La convenienza economica delle tecnologie è stata analizzata anche in combinazione con ulteriori interventi, fra cui la coibentazione dell’involucro edilizio e la sostituzione dei serramenti. Gli scenari analizzati portano a una riduzione del consumo di energia per riscaldamento, con un ritorno economico atteso per le famiglie limitato o nullo.
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degli edifici per zone climatiche ed efficienza energetica (BIP Consulting)
Le sole tecnologie non raggiungono il target, quindi sono necessarie soluzioni miste con i sistemi di coibentazione. In conclusione, gli obiettivi della EPBD possono essere raggiunti attraverso un approccio “technology neutral”, che agevoli l’accesso a soluzioni impiantistiche più efficienti al maggior numero di famiglie, anche valorizzando la progressiva integrazione di vettori energetici green.
Neutralità tecnologica
Nei fatti, i generatori a combustione possono essere alimentati con combustibili diversi, più o meno sostenibili a seconda dell’origine (fossile, rinnovabile) e delle emissioni in atmosfera (climateranti, inquinanti, neutre, ecc.). Di conseguenza, gli effetti sull’equilibrio climatico e sulla qualità dell’aria che respiriamo sono solo marginalmente riconducibili ai generatori stessi.
«Le tecnologie non devono essere confuse con i vettori energetici – riprende Valentina D’Acunti. Nella nostra visione la tecnologia è neutrale. In attesa che si rendano disponibili vettori con un impatto ambientale minimo, come biometano e idrogeno verde, sarebbe ragionevole supportare tutte le tecnologie che permettono di raggiungere i vari traguardi del percorso verso la decarbonizzazione del patrimonio costruito».
La sostenibilità di una pompa di calore che utilizza elettricità prodotta da fonti non rinnovabili è relativa. Rispetto a una caldaia i vantaggi consistono nella superiore efficienza di targa, ma il rendimento effettivo andrebbe considerato nelle condizioni reali di utilizzo (come noto, il funzionamento delle pompe di calore aria/acqua o aria/aria è fortemente influenzato dalle condizioni climatiche esterne e dalla temperatura del fluido termovettore) e nell’assenza di emissioni locali (queste andrebbero, però, valutate in ottica “ciclo di vita complessivo”, per un raffronto equo e tecnologicamente neutrale).
Lo stesso ragionamento può essere proposto, al contrario, per le caldaie. Se fossero alimentate con gas di origine sostenibile, ad esempio biometano o idrogeno verde, l’effetto climalterante sarebbe ridotto o addirittura nullo. «Tutte le tecnologie dovrebbero essere accessibili senza condizionamenti – spiega Mauro Farronato. Il mercato è sempre alla ricerca delle soluzioni più efficaci e convenienti e opera una sorta di selezione naturale. I combustibili gassosi rinnovabili possono svolgere un ruolo importante per la decarbonizzazione, che sarà esaltato se la legislazione offrirà pari opportunità nei meccanismi incentivanti, favorendo quindi anche l’innovazione tecnologica».
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I prossimi obiettivi
Uno degli effetti dell’eliminazione degli incentivi per le caldaie potrebbe proprio essere un rallentamento della ricerca e sviluppo?
«Negli ultimi 50 anni l’industria italiana del riscaldamento ha continuamente migliorato la qualità, l’efficienza e la sicurezza dei propri prodotti – continua Farronato. Tutti i principali produttori italiani e stranieri propongono al mercato caldaie che possono essere alimentate con miscele di metano, biometano e idrogeno.
Si tratta di generatori che permetterebbero già oggi di abbattere drasticamente le emissioni. Purtroppo biometano e idrogeno verde non sono ancora distribuiti attraverso le reti, anche se queste ultime sono in gran parte già pronte per trasportare la miscela.
L’industria del riscaldamento ha fatto la sua parte e continuerà a farla anche in futuro, per mantenersi al passo con i cambiamenti. Il prossimo passo sarà lo sviluppo di caldaie in grado di utilizzare quote crescenti di idrogeno, fino al 100%».
Quali sono le prospettive di diffusione dei combustibili rinnovabili?
«Italgas ha dichiarato recentemente di poter immettere in rete fino a 8 miliardi di metri cubi di biometano entro il 2030. Considerando gli attuali consumi italiani, pari a 66 miliardi di metri cubi nel 2023, e il fatto che gli apparecchi a metano possono essere alimentati con biometano al 100%, si tratta di una quota importante che pone il nostro paese all’avanguardia in Europa.
In Italia la filiera dell’idrogeno verde è meno sviluppata rispetto a quella del biometano, ma se esistesse una forte domanda probabilmente assisteremmo a un’accelerazione delle iniziative. In prospettiva, nel prossimo futuro gli apparecchi a combustione saranno alimentati con un mix di combustibili, in cui la componente di origine fossile potrebbe essere inferiore rispetto a quella di origine rinnovabile».
Un nuovo paradigma
Se i gas di origine rinnovabile circolassero già nelle reti europee, probabilmente l’ultima EPBD non avrebbe previsto l’esclusione delle caldaie dagli incentivi statali. Lo sviluppo della domanda di biometano e soprattutto di idrogeno verde è una condizione necessaria per perseguire con successo un’efficace decarbonizzazione dei consumi. Il gas, al pari dell’elettricità, può essere un vettore energetico a basso o nullo impatto ambientale.
«Nel percorso verso la decarbonizzazione – conclude D’Acunti – alcune ipotesi iniziali si stanno rivelando meno plausibili rispetto ad altre. Le autorità europee hanno sempre considerato il riscaldamento degli edifici un settore facilmente elettrificabile, al pari del trasporto su gomma. In entrambi i casi i fatti dimostrano che la realtà è più complessa: anche il riscaldamento degli edifici è “hard to abate”.
Questo diverso paradigma apre nuovi scenari. Potremmo ad esempio ipotizzare un effetto trainante, da parte dei milioni di utenti delle reti del gas italiani ed europei, per la crescita della domanda di combustibili rinnovabili – ruolo che attualmente l’industria non sembra in grado di esprimere.
L’immissione dei gas rinnovabili nelle reti di distribuzione fungerebbe quindi da volano per la domanda, anche a vantaggio degli altri settori. Tutto questo sarebbe in linea con i dati diffusi da ENEA sui vari bonus per l’edilizia, che hanno sempre indicato la sostituzione delle caldaie come l’intervento più efficace nel rapporto costi/benefici, soprattutto per le casse statali.
In sintesi: incentivare l’installazione dei generatori H2 20% ready conviene dal punto di vista ambientale ed economico, stimola lo sviluppo della filiera dei combustibili green e non compromette la diffusione delle tecnologie alternative».
Tutte le previsioni sono decisamente superiori rispetto a quelle del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), che non prevede target specifici per gli usi civili. Lo stesso orientamento è confermato dalla Strategia Nazionale per l’Idrogeno (SNI) presentata nel dicembre 2024, che identifica come hard to abate i settori del trasporto pesante, marittimo e aeronautico.
Secondo la SNI “l’uso dell’idrogeno nel settore civile non è certamente una priorità” e si ipotizza un contributo competitivo “al massimo in meno dell’1% del gas prelevato attualmente dalle reti di distribuzione”. In sostanza, “l’idrogeno potrebbe fornire un contributo alla decarbonizzazione del settore civile a medio-lungo termine”, specie per gli edifici non collegati a una rete di teleriscaldamento o nei quali non è indicato l’uso delle pompe di calore.
In generale, la SNI stima una domanda nazionale compresa fra 6 e 12 Mtep, confermando l’orientamento europeo verso il ricorso massiccio alla tecnologia degli elettrilizzatori, con potenze variabili da alcuni a decine di GW in combinazione con altre fonti energetiche (rinnovabili, carbon capture storage, biocombustibili, nucleare).
La realizzazione del Southern Hydrogen Corridor – l’idrogenodotto che attraverso la dorsale italiana collegherà i paesi nordafricani con quelli del centroeuropei – è ritenuto dalla SNI di fondamentale importanza, per rendere il nostro paese l’hub europeo dell’idrogeno e per favorire i flussi d’importazione.
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Tornando al l’Hydrogen Innovation Report 2024, l’Italia è agli ultimi posti in Europa per numero di progetti annunciati (19) e per la relativa capacità elettrolitica (1,5 GW). Spicca la significativa differenza rispetto alla Spagna, paese simile al nostro per condizioni climatiche, che ha annunciato 84 progetti per quasi 27 GW. In sostanza, l’idrogeno verde è un’opportunità che potrà concretizzarsi in Italia nel medio-lungo termine.
Uno dei messaggi chiave del report è di particolare interesse per il mondo HVACR. Nell’ipotesi della completa conversione degli attuali consumi di metano e altri combustibili fossili nel settore civile, per produrre le 7,7 Mton stimate sarebbero necessari 255 GW aggiuntivi di energie rinnovabili (circa 3 volte gli obiettivi per il fotovoltaico al 2030) e una capacità di 55 GW (oltre 36 volte quella annunciata) per l’elettrolisi.